nov 30

Ho percorso in macchina tutta la costa, da Genova all’Olanda, ed ho trovato quello che cercavo nella città del blues, del soul e del rock’n’roll, Le Havre.

Dopo cinque anni di lontananza, il più amato e poetico regista finlandese torna a farci sognare. L’ultimo lungo del visionario Aki Kaurismäki, adorato dai cinefili di tutto il mondo, risale infatti al 2006. Si trattava del capitolo finale della sua trilogia della solitudine, Le luci della sera (i primi due, rispettivamente del 1996 e del 2002, erano Nuvole in viaggio e L’uomo senza passato).

Dopo 19 anni, il regista gira il suo secondo lungo in francese (il primo era Vita da bohème del 1992), presentato in Concorso a Cannes 2011, regalandoci un gioiello di dolcezza e poesia. Poche figure sono, infatti, evocative di un certo classico cinema d’autore “povero” come il lustrascarpe, quel mestiere che non esiste più, a metà tra un mondo scomparso ed una contemporaneità di plastica, fatta di sneaker e stressante, apatica routine.

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di Massimo Frezza
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nov 30

Erano decenni che un film di Woody Allen non funzionava tanto bene sul mercato americano. Midnight in Paris, presentato a maggio come pellicola di apertura al Festival di Cannes ed uscito subito dopo nelle sale statunitensi, ha costretto i distributori ad aumentare il numero di copie dopo il primo weekend di programmazione, tanto era alta la richiesta da parte del pubblico di vedere il film.

Sarà stato felice, il settantacinquenne Woody, di aver ritrovato il feeling che ormai pensava perduto con gli spettatori del suo paese, gli stessi che dagli anni Ottanta hanno iniziato a disertare i suoi lavori giudicandoli troppo europei e con eccessive ambizioni autoriali. Di fatto Midnight in Paris, oltre ad essere una vera e propria dichiarazione d’amore per Parigi, è un ritorno al cinema più sognante e surreale di Allen. Languido e trasognato, caratterizzato com’è da quella vena di nostalgia ed insoddisfazione nei confronti dell’attuale perido storico, di cui soffre il suo nuovo alter ego Owen Wilson.

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di Carolina Tocci
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nov 25

La 20th Century Fox ha diffuso il un nuovo trailer internazionale de L’era glaciale 4 (in originale: Ice Age: Continental Drift), quarto capitolo in 3D della saga animata. Il film, diretto da Steve Martino e Mike Thurmeier, arriverà nelle sale americane a luglio del prossimo anno, mentre da noi bisognerà attendere il 28 settembre.

Protagonista della clip, che ha tutta l’aria di essere un incipit del film,  è lo scoiattolo Scrat, ancora una volta alle prese con il suo grande amore: le ghiande! Ma questa volta il tanto agognato frutto nasconde il segreto che condurrà Scrat verso una nuova avventura. Con lui, ancora una volta, gli amici di sempre: Manny, Sid, Diego ed Ellie.

Thanks to Movielicious! ;-D

Immagine anteprima YouTube

di Carolina Tocci
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nov 24

Dobbiamo ammettere di aver rivalutato Brett Ratner dopo aver visto questo film. Se Red Dragon ci aveva convinti poco o niente e X-Men: Conflitto finale men che meno, con Tower Heist il regista e produttore americano sembra essere tornato al lavoro sul genere a lui più congeniale, l’action-comedy (divertenti, seppur demenziali, i tre Rush Hour, dove Jackie Chan e Chris Tucker nei rispettivi panni di un ispettore della polizia di Honk Kong e di un agente dell’FBI di Los Angeles, ne combinavano di tutti i colori).

Tower Heist, dunque, è una sorta di ritorno alle origini per Ratner, sviluppandosi a metà strada tra la commedia e l’action-movie, pur strizzando l’occhio a un tema caldo e attuale come quello della crisi finanziaria. La storia è quella dei dipendenti di un lussuoso condominio di Central Park che, dopo aver scoperto che il miliardario alloggiato nell’attico ha rubato i loro fondi pensionistici, decidono di vendicarsi. Come? Con una rapina, per riprendersi ciò che gli è stato sottratto. Josh Kovacs (Ben Stiller), interpreta l’amministratore del lussuoso condominio, mentre Murphy veste i panni di Slide, un ladruncolo maldestro  appena uscito di prigione, a cui Josh si rivolge per mettere a punto il colpo.

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di Carolina Tocci
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nov 21

Campione d’incassi in Germania, con oltre undici milioni di euro al box office, Almanya- La mia famiglia va in Germania è una semplicissima quanto delicata commedia on the road, capace di far sorridere e, al tempo stesso,  commuovere.

Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia durante gli anni ’60 e giunta ormai alla terza generazione. Dopo una vita di lavoro e sacrifici, il patriarca Huseyin decide di riunire il nucleo familiare in un viaggio nella terra natale; avendo comprato una casa da ristrutturare nel suo villaggio natio spinge così tutti  i figli, la moglie ed i nipoti ad accompagnarlo.

Malgrado la diffidenza iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e si intrecciano così i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (nota del CDR: “Almanya” è “Germania” in turco), quando la nuova patria sembrava un posto incomprensibile nel quale vivere, con le contemporanee disavventure per ricondurre la famiglia in Turchia.

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di Giorgiomaria Marcelli
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nov 17

Possiamo “sciallare” anche noi: il cinema italiano è ancora in grado di regalarci qualche sorpresa, che prende la forma stavolta di una commedia generazionale senza inutili fronzoli, senza inutili morali, senza appesantimenti ma allo stesso tempo senza la faciloneria e la volgarità che hanno eretto un muro tra i blockbuster trash e i film di qualità della Penisola. Francesco Bruni, al debutto come regista dopo una brillante carriera come sceneggiatore, ci racconta la storia di Bruno, professore indolente e impotente, scrittore ma di biografie di altri per necessità, che vede la propria vita sconvolta da Luca, quindicenne che si rivela essere non un banale ragazzino che da lui prende ripetizioni, ma suo figlio.

Luca trascorrerà un periodo della sua vita a casa di Bruno senza sapere che è suo padre, e i mondi dei due collideranno cambiando profondamente entrambi. Luca, con il suo romanesco colorito ma realistico, la sua passione per l’hip hop e la sua educazione messa in discussione dalle tentazioni da scavezzacollo, cambieranno soprattutto la vita del padre, che prima scorreva tra ripetizioni e dettati per la biografia di una pornostar in pensione.

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di Francesco Bernacchio
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nov 16

C’erano una volta un’umana ed un vampiro. Vogliamo iniziare a raccontarvi Breaking Dawn Parte I partendo dalle origini, dalla storia semplice che ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo.

Il quarto film della Saga raccoglie degnamente l’eredità di Twilight, arricchendola di nuovi spunti, dati sicuramente dal budget a disposizione ma anche e oserei dire, soprattutto, da una regia attenta al racconto oltre che alla spettacolarizzazione. Ma procediamo per gradi.

Questo capitolo della Saga è quello che più di tutti stupisce, registicamente parlando. Twilight ci aveva abituati alla semplicità, New Moon aveva tentato di conservare le atmosfere precedenti introducendone di nuove, Eclipse si era assestato sulla falsariga precedente. In Breaking Dawn, si cambia decisamente marcia.

Mai un momento scontato, il film è ricco di trovate registiche inaspettate e graditissime che strizzano l’occhio alla televisione e che ben si integrano con la trama, senza distogliere l’attenzione da quello che è il punto focale della vicenda.

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di Elisa Pantaleo
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nov 15

Non viene concesso neanche un attimo allo spettatore per essere catapultato nel mondo naïf del giornalista belga col ciuffo ribelle e la faccia da bambino: giusto una deliziosa sigla che lascia intendere che dietro a quello che stiamo vedendo c’è qualcuno che di cinema ne mastica, e anche parecchio. Concepito come primo capitolo di una trilogia, il film diretto da Steven Spielberg (il secondo episodio passerà nelle mani di Peter Jackson, qui nelle vesti di produttore,  mentre il terzo sarà probabilmente co-diretto da entrambi),  Tintin racconta le avventure di un reporter adolescente che gira il mondo per risolvere misteri, accompagnato dal fedele cagnolino Milù.

L’amore di Spielberg per questo personaggio nacque quando, subito dopo l’uscita de I predatori dell’arca perduta (siamo nel 1981), il regista lesse una critica al suo film su un giornale francese che elencava continui paragoni tra Indiana Jones e un certo Tintin, personaggio ideato da Hergé nel 1929 che il giovane Spielberg non conosceva. Quando chiese chi o cosa fosse Tintin, la sua assistente gli portò una copia di Le sette sfere di cristallo, che il regista esaminò con attenzione, prima di rispedirla  a comprare tutte le altre puntate del fumetto. A trent’anni di distanza, possiamo comprendere come una semplice curiosità sia divenuta omaggio a uno degli albi più venduti di sempre (oltre trecentocinquanta milioni di copie in tutto il mondo) e al cinema in generale.

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di Carolina Tocci
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nov 14

Il vulcanico Moni Ovadia porta in scena un concerto-spettacolo del 2009, con il sostegno dell’Associazione Stampa Romana, che ha realizzato un progetto educativo che prende il titolo da una delle più belle canzoni di Claudio Lolli, cantautore impegnato attivo negli anni ’70 e ’80: «Ho visto anche degli zingari felici» è un opuscolo rivolto agli operatori dell’informazione, per ricordare loro di abbandonare gli stereotipi e i facili clichè quando si occupano di rom e sinti.

Ma perché allora “Ebrei” oltre a “Zingari”? Stavolta, nella serata del 31 ottobre al Teatro Quirino di Roma, gli ebrei sono in realtà – parole dello stesso Ovadia – un pretesto per tracciare un parallelo tra due delle minoranze più vituperate ma anche più celebrate della storia dei popoli.

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di Roberto Dati
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nov 13

Torna dal 12 al 16 novembre alla Casa del Cinema di Roma, il Pitigliani Kolno’a Festival, unica kermesse cinematografica in Italia dedicata al cinema israeliano e di argomento ebraico, diretta da Dan Muggia e Ariela Piattelli, che propone – a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti – decine di nuovi titoli e prestigiosi ospiti, presenta film, documentari, capolavori ispirati a grandi libri e avrà come ospite d’onore la Bezalel Academy of Arts and Design.

“Il festival darà anche l’opportunità – nelle parole di Ronny Fellus, Consigliere del Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani, che produce e organizza il festival – di proporre attraverso un’accurata selezione della più recente produzione di film, documentari e cortometraggi, spunti di riflessione per superare una visione spesso logora e stereotipata che si tende ad avere di Israele e del mondo ebraico”.

Ottima occasione anche per fare il punto sullo stato dell’arte del cinema israeliano e la sua giovane produzione. “La nuova onda dei cineasti israeliani punta sul presente – sottolineano Ariela Piattelli e Dan Muggia – direttori artistici del PKF – e oggi il rapporto dell’individuo con ciò che lo circonda diventa il terreno, la materia della nuova generazione di registi, in cui il confronto con l’”attuale” è essenziale per affermare la propria identità.”

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di Massimo Frezza
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