gen 27

Lisbeth è rinata dalle sue ceneri di celluloide ed è pronta a ricondurci nelle tenebre dipinte dal talentoso Stieg Larsson, al grido di: “Combattere le ingiustizie. Sempre!”. La trasposizione americana del capolavoro scandinavo Uomini che odiano le donne uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 febbraio e si preannuncia appassionante. D’altra parte, con un golden cast come questo, è pressocché impossibile non andare a segno!

Il ruolo del protagonista maschile, il giornalista investigatore Mikael Blomkvist, è stato, infatti, affidato a Daniel 007 Craig e la regia al venerato ed acclamato David Fincher (Seven, Fight Club, Zodiac). Il film è stato doverosamente girato in Svezia ed è piaciuto talmente all’Academy da attribuirgli ben cinque nomination, tra cui quella per Miglior Attrice a Rooney Mara (era Erica Albright in The Social Network) che ha indossato coraggiosamente le scomode vesti di Lisbeth Salander.

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di Massimo Frezza
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gen 24

A.C.A.B., prodotto da Cattleya e Rai Cinema e in uscita nelle sale italiane venerdì 27 Gennaio, è il primo lungometraggio di Stefano Sollima, conosciuto a molti come regista delle due stagioni televisive di Romanzo criminale. La pellicola riprende il racconto tratto dal libro di Carlo Bonini, appunto A.C.A.B.(All Cops Are Bastards), grido sposato dagli hooligans ed attualmente utilizzato per rappresentare l’odio dei civili nei confronti dei poliziotti, in particolare dei celerini.

Una Roma attuale, cambiata nel corpo e nello spirito, dove piccoli criminali, usurpatori, exracomunitari e  frange estreme regnano perenni, accompagna le giornate di tre poliziotti violenti, parte della squadra celere, interpretati da Pierfrancesco Favino (Cobra), Marco Giallini (Mazinga), Filippo Nigro (Negro).

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di Giorgiomaria Marcelli
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gen 11

Presentato in Concorso a Venezia 68, arriva nelle sale italiane il nuovo film di Steve McQueen, video artista inglese che si porta dietro una pesante omonimia. Dopo l’acclamato Hunger (2008), ambientato all’inizio degli anni Ottanta nel carcere nordirlandese di Maze, dove i detenuti dell’IRA attuarono una rivolta finalizzata a costringere il governo inglese a conferire loro lo status di prigionieri politici, McQueen rimette in gioco il suo protagonista Michael Fassbender e lo trasforma in Brandon. Un uomo sulla trentina affascinante e di successo che vive a New York e che all’apparenza ha una vita perfetta.

Dietro a questa pellicola di impeccabilità illusoria si nasconde il vero Brandon, quello ossessionato dal sesso, incapace di relazionarsi con qualcono se non attraverso incontri erotici mordi e fuggi consumati in ogni angolo di una New York che sembra fare il suo gioco. Un giorno, però, a sconvolgere l’insolita routine di Brandon, arriva la sorella minore Sissy (la sempre più brava Carey Mulligan), che invece è alla disperata ricerca di affetto e stabilità.

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di Carolina Tocci
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nov 30

Erano decenni che un film di Woody Allen non funzionava tanto bene sul mercato americano. Midnight in Paris, presentato a maggio come pellicola di apertura al Festival di Cannes ed uscito subito dopo nelle sale statunitensi, ha costretto i distributori ad aumentare il numero di copie dopo il primo weekend di programmazione, tanto era alta la richiesta da parte del pubblico di vedere il film.

Sarà stato felice, il settantacinquenne Woody, di aver ritrovato il feeling che ormai pensava perduto con gli spettatori del suo paese, gli stessi che dagli anni Ottanta hanno iniziato a disertare i suoi lavori giudicandoli troppo europei e con eccessive ambizioni autoriali. Di fatto Midnight in Paris, oltre ad essere una vera e propria dichiarazione d’amore per Parigi, è un ritorno al cinema più sognante e surreale di Allen. Languido e trasognato, caratterizzato com’è da quella vena di nostalgia ed insoddisfazione nei confronti dell’attuale perido storico, di cui soffre il suo nuovo alter ego Owen Wilson.

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di Carolina Tocci
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nov 24

Dobbiamo ammettere di aver rivalutato Brett Ratner dopo aver visto questo film. Se Red Dragon ci aveva convinti poco o niente e X-Men: Conflitto finale men che meno, con Tower Heist il regista e produttore americano sembra essere tornato al lavoro sul genere a lui più congeniale, l’action-comedy (divertenti, seppur demenziali, i tre Rush Hour, dove Jackie Chan e Chris Tucker nei rispettivi panni di un ispettore della polizia di Honk Kong e di un agente dell’FBI di Los Angeles, ne combinavano di tutti i colori).

Tower Heist, dunque, è una sorta di ritorno alle origini per Ratner, sviluppandosi a metà strada tra la commedia e l’action-movie, pur strizzando l’occhio a un tema caldo e attuale come quello della crisi finanziaria. La storia è quella dei dipendenti di un lussuoso condominio di Central Park che, dopo aver scoperto che il miliardario alloggiato nell’attico ha rubato i loro fondi pensionistici, decidono di vendicarsi. Come? Con una rapina, per riprendersi ciò che gli è stato sottratto. Josh Kovacs (Ben Stiller), interpreta l’amministratore del lussuoso condominio, mentre Murphy veste i panni di Slide, un ladruncolo maldestro  appena uscito di prigione, a cui Josh si rivolge per mettere a punto il colpo.

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di Carolina Tocci
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ott 31

Vincitore del Premio del Pubblico al Tribeca Film Festival 2011, Turn Me On, Goddammit! (perla donataci dalla sezione più cool del Festival, Extra di Mario Sesti) narra la storia di Alma, splendida adolescente norvegese in piena crisi ormonale che, a causa di un fortuito quanto divertente (per il pubblico, tragico per la diretta interessata) incidente di percorso che vede coinvolto il bello della scuola, si vede trasformata in paria da un giorno all’altro. La sagace ed esuberante fanciulla deciderà di combattere l’opinione pubblica (amiche e compagni di scuola) a modo suo.

Ciò darà vita ad uno tsunami di eventi, un’escalation tragicomica che vedrà protagonisti tutti gli abitanti dell’ameno villaggio, dall’anziana spiona che potrebbe essere assunta dalla CIA sulla fiducia, sino alle due sorelle (intellettuale ed impegnata la mora, frivola e civettuola la bionda), passando attraverso la figura della madre per giungere, dulcis in fundo, all’irresistibile cagnolino!

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di Massimo Frezza
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ott 31

The Deep Blue Sea

Hester è sposata con un giudice della corte suprema e vive tutti i privilegi che la sua vita fortunata le offre nella Londra degli anni ’50. Il suo equilibrio borghese viene a spezzarsi quando incontra Freddie, ex pilota della RAF, affascinante ma profondamente segnato dalla guerra. Hester lascia il marito per farsi travolgere dalla passione che prova per Freddie, ma non tutti amano allo stesso modo e con intenti comuni, e l’effimera, nuova felicità di Hester si scontrerà presto con la dura realtà e con i turbamneti di Freddie.

L’amore è un sentimento universale, profondo e talvolta distruttivo, soprattutto quando a sovrastare il sentimento è la passione folle e cieca verso qualcuno che sappiamo non potrà mai renderci felici. Hester è un’eroina romantica, abbandona tutto per il suo folle amore, e rifiuta la salvezza quando le viene offerta dal legittimo marito, uomo degno di fiducia e rispetto ma, a quanto pare, rappresentante di quelle relazioni borghesi e ipocrite dalle quali Hester fugge.

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di Chiara Guida
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ott 13

Non è così infrequente che l’occhio di un regista europeo si posi sull’America e che ne scaturisca un’opera d’indiscutibile autenticità, spesso un road-movie. È già accaduto con Wim Wenders e il suo struggente Paris, Texas (1984); si ripete ora con This Must Be the Place di Paolo Sorrentino, che ospita nel cast (un caso?) quell’Harry Dean Stanton che ricordiamo enigmatico protagonista della storia confezionata dal cineasta tedesco.

Sarà la differente formazione estetica o culturale, una più articolata visione del mondo, ma è un fatto che la macchina da presa di Sorrentino possiede il dono di conferire anche a luoghi anonimi e apparentemente privi d’interesse come una rimessa di automobili, un’affollata strada cittadina, il lungo bancone di un bar, o il monotono interno di un motel, un plusvalore di originalità e bellezza. Talvolta basta l’inquadratura del protagonista sullo sfondo del vasto cielo americano, maculato di nubi vaporose e regolari, ad accelerare nello spettatore il processo d’identificazione e la sensazione della partecipazione a un viaggio epico nel cuore degli USA, e dentro se stessi.

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di Claudio Lugi
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ago 24

Elzobar è un uomo semplice, modesto che lavora come cuoco in un ristorante di sushi, a Tel-Aviv. Dopo vent’anni di sacrifici corona il suo sogno. Acquista una Pink Subaru nuova di zecca, nera scintillante promettendole cura e amore eterno come si fa con una donna, ma la felicità del momento dura solo poche ore. Infatti, il giorno successivo all’acquisto la macchina viene rubata. Gli abitanti di Tayibe, dove Elzobar vive, sono presto pronti ad aiutarlo e con loro familiari, amici e conoscenti più o meno raccomandabili. Tra corse in auto e al galoppo di muli, incontri con megere e stravaganti meccanici lo spettatore viene trascinato in una sfrenata ricerca immersa nella quotidianeità dei paesaggi al confine tra Israele e Palestina.

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di Giorgiomaria Marcelli
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giu 09

Esiste un luogo, tra le esplosioni delle bombe e i palazzi sventrati, in cui non v’è differenza tra bianchi e neri, tra locali ed immigrati, tra giovani e vecchi, tra uomini e donne. Tutti sono uguali di fronte al dolore, tutti uguali di fronte al chirurgo che – spesso a lume di candela – lotta contro il tempo per salvargli la vita. Questo luogo che sembra davvero sospeso nel tempo e nello spazio si chiama, si chiamava Gaza Hospital.

Questo intenso e, per quanto il durissimo tema lo consenta, splendido documentario, è stato girato da Marco Pasquini (classe ’75 e notevole esperienza sul campo. Interessante la sua esperienza sul set con Ciprì e Maresco) che ne ha curato anche la fotografia e ne ha scritto la traccia insieme a Lillo Iacolino. Proiettato – in anteprima italiana (è stato presentato in anteprima mondiale al Dok Leipzig nel 2009) – il mese scorso a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, nell’ambito del Tekfestival 2010, Gaza Hospital deve il nome proprio a questo luogo incredibile che è stato il secondo ospedale più importante del Libano e la più importante struttura sanitaria della Mezzaluna Rossa Palestinese in territorio libanese, uno dei principali luoghi di cura dei profughi palestinesi a Beirut, dei libanesi più poveri e degli immigrati dai vicini paesi arabi.

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di Massimo Frezza
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