Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe, e ciò che non è, sarebbe!
A dispetto del successo universale dell’epopea fantastica di Alice, e della grande quantità di trasposizioni cinematografiche o televisive a essa dedicate, risulta piuttosto difficile trattenere nella memoria una versione pienamente soddisfacente, o esteticamente compatibile con i testi scritti da Lewis Carroll. Il limite comune di tali realizzazioni consiste quasi sempre nella presentazione di una protagonista alquanto passiva di fronte agli strani personaggi e alle bizzarre vicissitudini che di volta in volta le si presentano. Risultato: opere fredde e meccaniche, prive delle magiche suggestioni evocate dalle pagine del libro.
Sono approdati a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, Glen Hansard e Marketa Irglova, ovvero The Swell Season, il duo (chitarra acustica lui, pianoforte lei) protagonista del caso cinematografico-musicale di un paio d’anni fa: il film Once, che ha spopolato al botteghino dopo essersi affermato nel 2007 al Sundance Film Festival di Robert Redford.
Alcuni anni fa uscì in Italia un piccolo film molto interessante, dal titolo Volevo solo dormirle addosso, del regista Eugenio Cappuccio, che parlava della crisi occupazionale ed in particolare dei tagli al personale operati da molte aziende, in termini di cassa integrazione, prepensionamenti e licenziamenti selvaggi. Il protagonista, Giorgio Pasotti, interpretava il ruolo di un manager in carriera individuato dalla propria azienda come tagliatore di teste dei suoi stessi ex-colleghi.
Opera tra le più intense del cinema italiano di questi ultimi anni, L’uomo che verrà è stato misteriosamente escluso dalla Mostra di Venezia, recuperando tuttavia al Festival di Roma 2009 (Gran Premio della Giuria, Premio del pubblico…) almeno una parte dei riconoscimenti che merita. Il regista, ma in questo caso sarebbe meglio dire “l’autore”, Giorgio Diritti (1959), è tutt’altro che uno sconosciuto avendo esordito dietro la macchina da presa con Il vento fa il suo giro (2005), lavoro indipendente alquanto snobbato dai media italiani, eppure pluridecorato nelle rassegne di mezzo mondo, e divenuto in patria un “caso”, dal momento che è rimasto in programmazione al Cinema Mexico di Milano per più di un anno e mezzo, e a lungo anche in altre sale della penisola grazie a un passaparola spontaneo ed efficace.
Quando il XX secolo giungeva al termine, i cineasti si interrogavano sulla piaga dell’Olocausto ed in un biennio, giungevano nelle sale due film davvero notevoli sul medesimo tema: La vita è bella di Roberto Benigni (1997) e Train de vie di Radu Mihăileanu (1998).
A distanza di dodici anni, il brillante cineasta rumeno ritorna sui suoi passi in modo collaterale ed elegante, donandoci una partitura filmica come non se ne vedeva da anni: Il concerto.
Il non più giovane Jacques Audiard (classe 1957) era già stato notato di recente con lo splendido Tutti i battiti del mio cuore, noir incentrato sul talentoso Romain Duris (L’appartamento spagnolo), o ancor prima con Sulle mie labbra.
La sua nuova regia, in linea con i precedenti lavori, è affilata come la lametta da barba che il protagonista Malik – interpretato dal franco-algerino Tahar Rahim, quasi lo Zidane del nuovo cinema transalpino – maneggia con disperata spietatezza per aver salva la vita e poter entrare nel cuore di tenebra di una prigione di massima sicurezza, dove il potere è di fatto esercitato dal criminale Luciani, capoclan còrso, cui Niels Arestrup fornisce un volto dalla raggelante crudeltà.
L’uomo che verrà di Giorgio Diritti è, indubbiamente, uno dei più bei film italiani degli ultimi anni ed è collocato temporalmente in quegli anni poiché affronta lo straziante episodio della Strage di Marzabotto. Sono, quindi, molto felice che abbiano deciso di proiettarlo in 20 sale in più rispetto a quelle previste venerdì scorso, giorno di uscita.
Per tutte queste ragioni, mi permetto la licenza di citarlo proprio oggi, 27 gennaio, Giornata della Memoria.
Andatelo a vedere, leggete – rileggete l’immenso Primo Levi e…non dimenticate mai.
Incontri a Parigi è tra i miei film della vita e scrivere un pezzo globale su un genio della leggerezza, un maestro così assoluto, scrivere della scomparsa del padre della Nouvelle Vague, Eric Rohmer…è impossibile.
Sono anni che, chiunque voglia sognare di vino e cibo, inebriandosi con le parole come se stesse realmente mangiando e bevendo le meraviglie italiane…sono anni, che – come in una meravigliosa e sana carboneria, gli addetti ai lavori e gli appassionati – tra cui il sottoscritto – leggono gli scritti di una sola persona: Michele Marziani.
Commenti recenti