È in corso a Roma la mostra dedicata ad uno dei maggiori esponenti della cultura italiana, Fabrizio De André, detto Faber, prematuramente scomparso l’11 gennaio 1999. Nella maestosa cornice dell’Ara Pacis è stato allestito un percorso multimediale molto ricco e articolato, promosso dalla Fondazione Fabrizio De André e realizzato da Studio Azzurro (gruppo di videoarte attivo a livello internazionale), con la cura e la consulenza di esperti del calibro del giornalista Vincenzo Mollica, dello scenografo Pepi Morgia, del fotografo Guido Harari e dell’editore Vittorio Bo.

E’ trascorso ormai da due ore e mezza, l’anniversario della morte dell’immenso Fabrizio De Andrè, avvenuta l’11 gennaio 1999…come a non volerlo vedere…questo assurdo, nuovo millennio.
Non è un tributo, dice un emozionato Cristiano De André: questo tour vuole essere la testimonianza di un figlio nei confronti dell’immenso lascito artistico del padre, vestendone le meravigliose canzoni con un vestito nuovo. In effetti, va dato atto al rampollo di Fabrizio De André di aver finalmente trovato il coraggio per affrontare l’opera paterna, con il tour (premio MEI al “Miglior tour 2009”) conclusosi domenica 13 dicembre nella imponente Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.
L’11 gennaio 2009 la musica italiana ricorda il grande Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa. Tra le 22.40 e le 22.50, un centinaio di radio italiane trasmetteranno, in contemporanea con lo speciale “Che tempo che fa” di Raitre dal titolo “Fabrizio 2009″, Amore che vieni amore che vai, la canzone scelta da Dori Ghezzi come simbolo di questo ricordo via etere.
Non c’è molto da aggiungere. Poeta, cantautore, sommo spirito di un’Italia che sembra scomparire ogni giorno di più, Fabrizio De Andrè è dentro di me da più di quindici anni…e ci resterà per sempre.
Logout

Il Bob Dylan italiano o viceversa? A dieci anni dalla morte, Fabrizio De Andrè continua a fare proseliti della sua illuminata visione del mondo. Osservato sempre da un punto di vista scomodo, sofferente, lucido quanto basta per abbandonarsi e lasciarsi trascinare da musica e parole, il mondo che racconta Faber ritrova nelle sue parole una speranza di non essere solo una palla che gira in attesa che il sole si spenga. Gli emarginati sono raccontati con la sensibilità di chi con loro sinceramente si affratella, come i privilegiati sono irrisi senza cattiveria da chi proprio non riesce vederla come loro.





Commenti recenti