Di questo (giustamente) pluripremiato diamante di Jacques Audiard si potrebbe scrivere, parafrasando il sommo Dante, “Galeotto fu il libro e chi lo lesse” ma anche, citando Nietzsche: “Ciò che non uccide, fortifica”. “Un profeta”, infatti (come bisognerebbe tradurre dall’originale francese, al posto del fuorviante italiano “Il”), è colui che, superate mille dolorose prove, è in grado di comunicare con chiunque nella sua lingua (sarà la forza del protagonista, l’asso nella manica che nessuno, intorno a lui, è in grado di prevedere) e, come un grande maestro di scacchi, agisce prevedendo decine di mosse in anticipo.
Il non più giovane Jacques Audiard (classe 1957) era già stato notato di recente con lo splendido Tutti i battiti del mio cuore, noir incentrato sul talentoso Romain Duris (L’appartamento spagnolo), o ancor prima con Sulle mie labbra.
La sua nuova regia, in linea con i precedenti lavori, è affilata come la lametta da barba che il protagonista Malik – interpretato dal franco-algerino Tahar Rahim, quasi lo Zidane del nuovo cinema transalpino – maneggia con disperata spietatezza per aver salva la vita e poter entrare nel cuore di tenebra di una prigione di massima sicurezza, dove il potere è di fatto esercitato dal criminale Luciani, capoclan còrso, cui Niels Arestrup fornisce un volto dalla raggelante crudeltà.

—- Nota del caporedattore: approfitto di questo splendido pezzo, per dare il benvenuto al blog del nostro valente collaboratore Stefano Miraglia. Lo trovate qui e nei permanent link di Binario Loco. Well done, Stefano!
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Alla fine di Un prophète di Jacques Audiard mi sono sentito a metà, dentro e fuori l’emotività scenica di questa prison novel corsa. Piacevolmente dentro la cella infestata, dove la vittima del protagonista riappare, diventa confidente, gira su se stesso in preda a convulsioni, sotto una luce molto sporca, da video musicale anni ‘90. Fantasmi, il cinema reale è fatto di fantasmi (come noi), in questo caso ottimo artificio narrativo per chi, fortunatamente, non sa che cosa sia la prigionia ma deve socialmente raccontarla e non vuole che il suo lavoro sia realistico (quindi falso) per tutta la durata del film. E bisognerebbe ringraziarlo, Audiard.





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