Chi dice che la felicità non esiste, non va al cinema. Su commissione poi, si può creare anche un lieto fine. O quasi. In verità, è la paura o l’impotenza alla felicità che paralizza. La distinzione labile fra finzione e realtà è la durata stessa degli attori di un film. Un narratore (Fabio De Luigi) compone in diretta la trama della vita dei suoi personaggi. Interagisce, li abbandona, si ricrede.
Esistono momenti di sospensione in un limbo che non può, non vuole e non deve essere qualcosa di diverso del segno di indefinitezza, dell’assenza di senso e di significato. Uno spazio bianco, nero, grigio che risulta non intellegibile, non decifrabile, troppo compresso o insopportabilmente espanso. Uno spazio che non ha misura, che non ha tempo o che forse è il tempo, è la misura. Come il tratto che precede l’alba, in cui già c’è luce ma ancora non appare il sole. In cui il cielo è grigio, bianco ma ancora nero. Appunto. Come il tempo dell’attesa che vive la protagonista del film della Comencini.

9 giorni, 12 cinema, 34 titoli.
Venezia 66 giunge a Roma e lo fa in grande stile!
Dal Leone d’Oro – stasera, al Greenwich. 20.30 e 22.30 – sino ad occupare Lo spazio bianco di Francesca Comencini, con una splendida Margherita Buy…per giungere all’attesissimo Soul Kitchen, tutti in versione originale (sottotitolata in italiano), in questa 15a edizione c’è, semplicemente, l’imbarazzo della scelta.
Per il programma, cliccate qui.
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